NearGalaxyM31 - OsservatorioMonteBaldo

Vai ai contenuti

NearGalaxyM31

Ricerca
Coordinate (CDS)
00 42 44.330
+41 16 07.50
Morfologia:
SA(s)b
Immagine:
14 immagini da 300 secondi e 17 da 180 secondi, unfiltered
Telescopio:
Ritchey-Chretien 400 mm
CCD:
Moravian G4-9000 KAF CCD unfiltered
Nel suo libro: “Descrizioni delle stelle fisse”, l’astronomo persiano Al Sufi (Abd al-Rahman Al-SufiAbd al-Rahman 903-986 dc.), parlando della costellazione di Andromada scrive: “Le due linee di stelle iniziano dalla nebulosa in prossimità della 14° stella”.   Questa è la prima traccia scritta di un’osservazione di quella che noi oggi chiamiamo “Galassia di Andromeda”. Ovviamente il grande astronomo di Isfahan non aveva idea di cosa fosse quella nebulosità fra le stelle. Anche con l’invenzione del telescopio la “nebulosa di Andromeda” continuò a mantenere celata la sua natura. Il primo ad osservarla con un cannocchiale fu Simon Marius nel 1611; Messier lo cita infatti come scopritore dell’oggetto ed assegna alla nebulosità il numero 31 del suo catalogo. Descrive la nebulosa di Andromeda come un fuso o come due piramidi o coni collegati per le basi: dice inoltre che seppure osservata con telescopi di vari diametri non mostra traccia di stelle.
Intanto, alla metà del XVII secolo, cominciano a nascere teorie che vedrebbero Andromeda come un’enorme “universo Isola” simile alla Via Lattea, ma così lontano da non poterne rivelare le stelle neppure con un potente telescopio.  L’idea è niente meno che del filosofo tedesco Immanuel Kant, ma non viene accolta  bene; troppo lontana avrebbe dovuto essere la nebulosa apparire come la si osservava. D’altra parte, l’astronomo Pierre Simon Laplace indicava Andromeda come esempio di stella in formazione. La teoria della nascita delle stelle da collasso gravitazionale di nebulose che condensano in un disco, proviene indipendentemente da Kant e da Laplace e certamente, per gli astronomi dell’epoca era più accettabile pensare ad una stella in formazione che ad un “universo Isola” staccato dalla Via Lattea da un’enorme spazio vuoto.
Le osservazioni telescopiche tra la fine del XVIII e del XIX secolo, non aiutano molto ad identificare la natura della nebulosa di Andromeda. Addirittura in taluni casi confondono ancora di più come William Hershel che si convince che talune stelle di campo appaiono “dietro” ad Andromeda (e che quindi questa appartiene alla Via Lattea o come Isaac Roberts che, nel 1880,  si dice sicuro di averne osservato la rotazione.
Anche la spettroscopia non risolve il dilemma; le prime osservazioni spettroscopiche mostrano che questa nube, al contrario di altre, ha uno spettro stellare, ma questo fatto viene dai più interpretato con la teoria Laplaciana, di una stella in formazione.
Con l’inizio del XX secolo le cose iniziano a cambiare, soprattutto a causa delle nuove strumentazioni disponibili. Nel 1917, dall’osservatorio di Lick, Heber Dous Courtis, utilizzando lastre riprese dal riflettore da 36” Crossley inizia a trovare “Nove” in altre nebulose a spirale. Ricordiamo che la prima di queste era stata osservata proprio in Andromeda nel 1885 ed era arrivata quasi alla soglia della visibilità ad occhio nudo (S Andromedae). La presenza di Novae all’interno delle spirali è un argomento molto forte per avvalorare la teoria degli “universi Isola”. Oggi sappiamo che quelle scoperte da Courtis  non erano in realtà Nove, ma Supernove, come d'altronde lo era S-Andromedae; ma all’epoca nessuno sapeva cosa fosse una Supernova perché le ultime erano esplose all’epoca di Thyco e Keplero, più di 300 anni prima.
Nel 1919 Edwin Hubble, ha a disposizione il miglior telescopio sulla Terra; il 100” di Mount Wilson. Lo strumento permette di vedere per la prima volta le stelle della “Nebulosa” di Andromeda. Hubble, scopre anche decine di Nove (Nel suo articolo del 1929 ne indica 63), e 50 variabili, delle quali molte sono cefeidi. Utilizzando la relazione Periodo/Luminosità delle Cefeidi ed il valore stabilito da Shapley per la magnitudine assoluta di queste variabili  è in grado di fissare una distanza per M31 di 900.000 a.l.  Anche se nettamente sottostimata (La distanza oggi accreditata per M31 è di 2,54 milioni di a.l (778 kpc), una simile distanza testimonia con chiarezza che M31 è una Galassia, uno degli “universi isola” immaginati da Kant e che sono la struttura fondamentale, i “mattoni” di cui è formato l’universo.
La galassia di Andromeda non aveva finito le sorprese; in piena II guerra mondiale l’astronomo Walter Baade, un tedesco naturalizzato statunitense, lavorava a Mount Wilson.  Non era certo una situazione facile la sua; agli immigranti tedeschi erano preclusi molti lavori; fortunatamente al 100” di Mount Wilson la situazione era differente. Beneficiando anche dell’oscuramento di Los Angeles, Baade riuscì a fare delle riprese molto profonde di Andromeda nel Blu e nel Rosso, scoprendo che la galassia era divisa in due popolazioni stellari, più blu, una predominante nel disco, l’altra rossastra, più presente nello sferoide. Spettri e diagrammi HR delle due popolazioni divergevano profondamente.
La I popolazione mostrava spettri più ricchi di “metalli” (ricordiamo che gli astronomi chiamano “metalli” tutti gli elementi con numero atomico maggiore dell’Elio), mentre la II popolazione era fondamentalmente formata da Idrogeno e Elio. Per quanto riguarda il diagramma HR, quello della I popolazione era molto simile agli ammassi aperti, mentre quello delle stelle di II popolazione era simile a quello degli ammassi globulari. Il riconoscimento di due popolazioni stellari portò conseguentemente al ricalcolo delle magnitudini assolute delle Cefeidi (Shapley  aveva messo ogni tipo di variabile pulsante nello stesso calderone, RR LYR, W Vir, RV Tau e Cefeidi Classiche) che risultarono notevolmente più brillanti di quanto prima calcolato, portando la distanza di Andromeda oltre i 2 milioni di Anni Luce.  
Andromeda è il membro principale dell’ammasso di galassie detto “Gruppo Locale” ed assieme alla Via Lattea forma un sistema binario.
È un’oggetto magnifico con qualsiasi strumento la si guardi ed è anche uno degli obiettivi preferiti degli appassionati di astrofotografia.
Questa prima immagine mostra la zona centrale della grande spirale. Il campo è di 37’ ed ogni pixel dell’immagine ha una scala di 0,78”. Si vedono chiaramente le polveri concentrate nel disco galattico, che disegnano lo svolgersi della spirale. Sui bracci si notano le associazioni di stelle quasi un pulviscolo, che mostra come l’immagine giunga a risolvere le stelle sulla spirale.
Flavio Castellani

La seconda immagine è un ingrandimento della principale e mostra le stelle giganti e supergiganti, identificate sulla galassia di M31. Le più Brillanti di queste stelle arrivano alla magnitudine 13.8.
Nella terza immagine sono invece mostrati gli Ammassi Globulari di M31. La galassia poco meno di 200 ammassi globulari alcuni dei quali arrivano alla sedicesima magnitudine.
Un’ingrandimento dell’immagine precedente mostra un’area di 8x10’ centrata su 00h 43m 20s e +41° 27’. Anche a forte ingrandimento gli ammassi globulare mostrano sempre un aspetto stellare.
Torna ai contenuti